
Sono passate circa due settimane da quando il ciclone Harry ha fatto il suo passaggio e la conta è di circa 1000 persone disperse nel Mediterraneo. Nel silenzio, della politica. Nel silenzio della collettività.
Andiamo con ordine però: Refugees in Lybia ha incrociato i dati sulle partenze delle ultime settimane proprio quando Harry stava imperversando sul mare. Nella loro mappatura dal chilometro 19 al chilometro 21 son salpate 10 imbarcazioni: solo una è arrivata sulle coste italiane. Delle altre, nessuna traccia. Inghiottite dal mare.
Un dispaccio SAR parlava in data 24 Gennaio 2026, del naufragio di un’altra imbarcazione con a bordo 380 persone. Mai più ritrovate. Anche loro.
Mentre il ciclone alzava onde di sette metri, decine di barche cariche di persone partivano lo stesso. Non per incoscienza, ma perché restare significava fame, violenze, lager. Oggi si parla di “dispersi”: mille vite inghiottite dal Mediterraneo centrale. Ma il mare è solo l’ultimo anello. Prima ci sono i confini, gli “accordi” con Libia e Tunisia, i soccorsi ritardati, l’Europa-fortezza che lascia morire per scoraggiare chi prova a passare. Non è fatalità, è governo delle frontiere. Non è emergenza, è normalità. E il silenzio delle istituzioni pesa quanto l’acqua che li ha sommersi.
Al posto di guardare oltre oceano nutrendo il nostro ego geo-politico della domenica, vi prego, voltiamoci tutt*, tutte e tutti verso il nostro Mediterraneo perché non è accettabile in alcun modo che tutto questo avvenga in un boato di silenzio. Un silenzio che sa di complicità.
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