Nel capitalismo digitale, dove ogni secondo della nostra vita viene messo a valore, la scomparsa del palcoscenico fisico ha prodotto un fenomeno grottesco: l’ascesa di una classe di “intrattenitori” totalmente privi di alfabetizzazione comica e teatrale.
La techne dell’attore — disciplina del corpo, gestione del ritmo (timing), costruzione della maschera e uso politico dello spazio — è stata rimpiazzata da un kit d’emergenza: jump-cut frenetici, audio virali e smorfie riprese in 9:16. Non è una semplice questione di stile. Come notava Guy Debord nella Società dello Spettacolo, il degrado delle forme artistiche riflette e riproduce l’alienazione dei rapporti sociali.
Senza una grammatica drammaturgica capace di generare ironia, paradosso o straniamento brechtiano, questi performer imboccano la via più breve e pigra: l’evocazione dello stigma sociale. Rinunciano all’invenzione per puntare il dito contro chi è già marginalizzato. Politicamente parlando, questi creator non sono intellettuali critici, ma funzionari dell’egemonia dominante. Sfruttano i pregiudizi del pubblico per strappare una risata di puro conformismo e riaffermazione delle gerarchie.
Parrhesia sovversiva vs. gogna reazionaria
Per comprendere la funzione politica di questa comicità declassata, occorre distinguere due direzioni opposte verso cui il riso si è storicamente orientato.
Punching Down: la comicità come gogna
Questa modalità affonda le radici nei rituali di umiliazione pubblica dell’Ancien Régime e nello charivari (la gogna popolare), usati dalle élite e dalle comunità per punire chi deviava dalle norme morali, di genere o di classe.
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L’esecutore: L’operatore culturale reazionario che si allinea al potere per colpire il subalterno.
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La tecnica: La riattivazione automatica di stereotipi razzisti, sessisti, abilisti o classisti, senza alcuna rielaborazione simbolica.
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La funzione: La difesa dell’ordine costituito. La risata funziona da mastice sociale, compattando la maggioranza contro la diversità e confermando i rapporti di forza esistenti.
Punching Up: il riso come sovversione
Questa tradizione si ricollega al concetto classico di parrhesia (il parlare franco di fronte al potere a rischio della propria incolumità, approfondito tra gli altri da Michel Foucault). È la linea che unisce Diogene il Cinico, Aristofane, la Commedia dell’Arte — con lo Zanni affamato che beffa il ricco Pantalone — fino a Dario Fo e alla stand-up comedy di rottura.
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L’esecutore: L’artista che domina il linguaggio scenico e lo usa per smontare la realtà.
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La tecnica: Il cortocircuito semantico, il ribaltamento parodico dell’autorità e la sconsacrazione dell’ovvio.
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La funzione: L’emancipazione cognitiva dello spettatore. La norma sociale viene spogliata della sua presunta sacralità, rivelandone la natura oppressiva.
Quando gli apparati di potere non possono o non vogliono usare la forza diretta, subentra la violenza simbolica. Il comico da piattaforma che ridicolizza una minoranza non sta esercitando la libertà di espressione: sta svolgendo un lavoro di pattugliamento culturale, spesso a cottimo per un algoritmo.
Il punching down è strutturalmente sterile. Il creator non inventa nulla: prende in prestito la violenza già codificata dalle istituzioni e la impacchetta in video da quindici secondi. L’esito nei commenti non è la liberazione catartica, ma un plebiscito conformista. Il creator agisce come un caporale della cultura dominante, indicando alla folla il capro espiatorio (il migrante, la persona trans, chi vive in povertà) su cui scaricare la frustrazione sociale.
Alle radici del riso disciplinare
L’uso della risata come dispositivo di controllo ha una storia lunga. Già nel Filebo di Platone e nella Poetica di Aristotele, il comico viene associato alla bruttezza e al difetto altrui; dinamica che, se non governata, scivola nella malizia (phthonos) e nel compiacimento per la sventura del debole.
Con Thomas Hobbes e la sua Teoria della Superiorità (Leviatano, 1651), il meccanismo svela la sua natura politica. Hobbes definisce la risata come una “improvvisa gloria” (sudden glory) scaturita dal confronto tra la debolezza altrui e la nostra presunta superiorità. Il riso hobbesiano è una dichiarazione di forza, un atto di dominio.
Nel 1900, Henri Bergson (Il riso) aggiunge che la società impiega l’umiliazione comica come un “castigo sociale” per intimidire e riallineare chiunque tenti di sottrarsi al conformismo. Dalle gogne di piazza al linciaggio digitale, la comicità reazionaria non richiede talento: richiede la complicità del branco.
A questo modello punitivo si contrappone la riflessione di Michail Bachtin (L’opera di Rabelais e la cultura popolare, 1965). Bachtin distingue nettamente tra il riso “ufficiale” dello Stato — un riso gerarchico, dall’alto verso il basso, usato per punire le devianze — e il riso carnevalesco della cultura popolare. Quest’ultimo, nell’Europa medievale e rinascimentale, sospendeva temporaneamente le gerarchie e dissacrava il potere.
Va però evidenziato un limite storico: anche la festa carnevalesca è stata spesso tollerata dal potere come una valvola di sfogo programmata, incapace da sola di trasformarsi in una rivoluzione permanente. Oggi, l’intrattenimento da social network rappresenta la degenerazione di quell’istituto: non rovescia alcun trono, ma erige un patibolo digitale dove deridere la marginalità a beneficio dell’algoritmo.
L’economia politica del rage-baiting
L’incompetenza dei nuovi intrattenitori trova la sua legittimazione economica nelle architetture digitali contemporanee. Come analizzato da Shoshana Zuboff (Il capitalismo della sorveglianza) e Jodi Dean (Capitalismo comunicativo), le piattaforme — da Meta a TikTok — non valutano la qualità o l’etica dei contenuti. Il loro unico obiettivo è massimizzare il tempo di permanenza (Watch Time) ed estrarre dati tramite il coinvolgimento emotivo (engagement).
In questo contesto, la povertà di contenuti diventa un vantaggio competitivo. L’incapacità di scrivere una satira complessa spinge il creator a produrre provocazioni basate sull’insulto o sullo stereotipo. Nasce così la filiera del rage-baiting (l’esca della rabbia):
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La produzione dell’esca: Il creator pubblica una provocazione rozza contro una minoranza.
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La cattura del conflitto: Il video indigna la comunità bersagliata e galvanizza il pubblico conformista. La sezione commenti diventa un campo di battaglia che genera volumi enormi di interazioni.
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Monetizzazione dell’analfabetismo: L’algoritmo registra l’esplosione di traffico e spinge il video nei feed di milioni di utenti. La discriminazione si converte in capitale: sponsorizzazioni, serate, visibilità nei media tradizionali.
Come notavano Wilhelm Reich (La psicologia di massa del fascismo) e Umberto Eco (Ur-Fascismo), il disprezzo per i deboli e la ricerca di un bersaglio facile sono valvole di sfogo classiche delle società in crisi. I buffoni digitali monetizzano la deumanizzazione dell’altro, fungendo da distrattori di massa: la tavola del potere resta intoccata mentre la piazza ride delle proprie catene.
La finzione del “diritto di satira”
Quando vengono criticati, questi esecutori si rifugiano dietro il paravento del “diritto di satira” o del “è solo black humor“. È una difesa che ignora la natura stessa del linguaggio.
Il linguaggio non si limita a descrivere la realtà, ma la produce. J.L. Austin (Come fare cose con le parole) ne ha dimostrato la valenza performativa: le parole compiono atti. Judith Butler (Parole che feriscono) ha poi chiarito come il linguaggio d’odio e la ridicolizzazione delle minoranze non siano innocui, ma citazioni di una violenza storica che riattivano il trauma e legittimano la discriminazione reale.
Già nel 1965, Herbert Marcuse (Tolleranza repressiva) avvertiva contro la trappola della neutralità liberale. Tollerare in nome della “libertà d’espressione” contenuti che rafforzano l’oppressione non è un atto di democrazia, ma di mantenimento dello status quo. In una società dai rapporti di forza sbilanciati, la finta neutralità equivale a spianare la strada al più forte.
Gli intrattenitori da social pretendono i profitti dell’invettiva (soldi, visibilità, consenso), ma rifiutano la responsabilità delle sue conseguenze sociali. È la logica del neoliberismo applicata alla cultura: privatizzazione dei profitti, socializzazione dei danni.
Desacralizzare la mediocrità
Considerare questi performer come figure “scorrette” o “provocatorie” è un abbaglio: sono i giullari del conformismo più grigio, totalmente asserviti alle metriche delle piattaforme.
Tuttavia, la risposta non può essere la richiesta di censura o di moderazione dall’alto. La storia insegna che le leggi repressive e gli strumenti di censura, una volta creati, finiscono quasi sempre per essere usati contro il dissenso, le minoranze e la satira autentica.
La strategia deve muoversi su basi diverse:
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Smascheramento critico: Bisogna togliere a questi figuranti le etichette di “comici” o “artisti”. Vanno chiamati per quello che sono: impiegati del clickbait. Evidenziare la loro miseria tecnica, la pigrizia della scrittura e la servitù al pensiero dominante serve a distruggere l’aura da “ribelli” dietro cui si nascondono.
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Sabotaggio dell’attenzione: Occorre spezzare la catena del rage-baiting. La prassi politica richiede di rifiutare l’interazione indignata: non commentare, non condividere (neanche per criticare), non generare quel traffico che l’algoritmo e il creator trasformano in profitto.
Allo sciopero dell’attenzione va affiancata la ricostruzione di spazi — fisici e digitali — in cui fare e sostenere una comicità tecnicamente solida, capace di praticare davvero il punching up: non una droga per anestetizzare il pubblico, ma uno strumento di demistificazione del potere.