
Testimoni brutalizzati, chat piene di odio fascista, razzista e con speranze a dir poco vomitevoli come, citando testualmente, “speriamo ci scappi il morto, possibilmente un ne*ro che passa per caso”. L’inchieste di Domani sul caso Ramy portano alla luce le conversazioni fra gli agenti delle forze dell’ordine e, leggendole, il famoso “te l’avevo detto” oggi risuona con rabbia. Un ragazzo di diciannove anni muore dopo un inseguimento folle e mentre il quartiere Corvetto piange un fratello nelle caserme si discute, addirittura, di come vendere video alle televisioni. Queste chat sono la prova di una gestione dell’ordine pubblico che mira alla sopraffazione.
Quando un militare scrive che i manifestanti sono “zecche” da appendere a Piazzale Loreto o quando si rivendica con orgoglio l’etichetta di fascista non siamo davanti a mele marce ma ad un sistema. Un modus operandi che ricorda Genova 2001.
Non ci basta la verità processuale che arriva sempre troppo tardi e spesso incompleta. La rabbia esplosa a Corvetto e la solidarietà arrivata da tutta Europa sono l’unica risposta possibile a un sistema che uccide e poi prova a nascondere il sangue sotto il tappeto dei verbali truccati. Ramy vive nelle lotte di chi non si piega e di chi sa che finché esisterà questo apparato di controllo e repressione nessuno sarà mai veramente liber*.
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