
Lo chiamano “blocco navale”, come fosse una misura tecnica. È invece una scelta politica brutale: trattare persone e popolazioni in fuga come una minaccia militare. Non famiglie, non sopravvissuti a guerre e miseria, ma un “problema” trattati come spifferi tappare.
Il nuovo giro di vite del governo segna un salto di qualità: la paura diventa legge. Interdire le acque territoriali in caso di “minaccia” o “pressione migratoria eccezionale” significa consegnare al potere categorie vaghe, estensibili a tutto. Quando i confini del diritto si allargano così tanto, restano solo decisioni politiche senza garanzie.
Il Mediterraneo, già cimitero, diventa barriera ufficiale. Passano merci, armi e capitali ma non le persone.
La sicurezza è l’alibi sistemico. Si evocano terrorismo e infiltrazioni, ma il bersaglio reale sono le anime disperse nel mare, persone ricattabili, forza lavoro senza diritti perché l’economia che li sfrutta resta intatta ma si colpisce solo la loro possibilità di esistere.
La stretta sui ricongiungimenti familiari completa il quadro: non solo fermare chi arriva, ma rendere precaria la vita di chi è già qui. Spezzare legami, alzare requisiti, allungare attese. Non espellere, ma logorare. L’esternalizzazione delle procedure d’asilo in Paesi terzi “sicuri” è la delocalizzazione dei diritti: spostare le persone dove è più difficile reclamarli. Ma diritti esportabili non sono diritti, sono concessioni.
Nulla affronta guerre, disuguaglianze, crisi climatiche. È più facile colpevolizzare chi fugge che mettere in discussione il sistema che produce la fuga stessa.
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