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Board of Peace
Board of Peace

La macchina del profitto non dorme mai e la nuova amministrazione statunitense ha perfezionato l’arte di trasformare le macerie in asset finanziari. Mentre il panorama politico globale osserva con finto stupore le manovre del cosiddetto Board of Peace, la realtà che emerge tra le pieghe dei comunicati ufficiali è quella di un cinismo coloniale e strutturale senza precedenti. Non si tratta più soltanto di una strategia geopolitica, ma di un modello di business integrato che vede nella distruzione totale il presupposto necessario per la successiva valorizzazione coloniale, immobiliare e strategica.

L’operazione condotta su Gaza rappresenta il vertice di questa dottrina. Dopo aver garantito il supporto logistico e militare necessario alla saturazione del territorio con il piombo trascinando le popolazioni palestinesi nel baratro del genocidio, gli attori legati al cerchio magico di Trump si presentano oggi come i benefattori della ricostruzione. È un paradosso circolare perfetto: la distruzione dei tessuti urbani e sociali diventa la bonifica necessaria per l’ingresso dei grandi capitali privati. La pace, nell’accezione di questo Board, non è l’assenza di conflitto, ma la stabilità necessaria affinché le betoniere possano operare senza interferenze.

Le dichiarazioni che suggeriscono di trasformare il litorale di Gaza in una nuova destinazione turistica di lusso non sono scivoloni comunicativi, ma l’enunciazione trasparente di un programma politico. Il capitale non ha memoria e non prova rimorso; vede solo chilometri quadrati da lottizzare. Il Board of Peace agisce come un curatore fallimentare di una nazione, dove il fallimento è stato indotto con la forza per permettere una svendita degli asset residui a favore di multinazionali e speculatori edilizi vicini al potere centrale.

Contrastare questa narrazione significa svelare il nesso inscindibile tra la fornitura di armamenti e i contratti di appalto per le infrastrutture future. La resistenza a questo modello deve essere totale, poiché accetta il genocidio non solo come effetto collaterale, ma come fase propedeutica all’accumulazione capitalistica. Fatturare il cemento dopo aver venduto il piombo è il manifesto della nuova destra globale: un mondo dove la vita umana è un costo variabile e la terra, una volta ripulita dai suoi abitanti, diventa finalmente un prodotto pronto per il mercato.

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