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Boia di Rogoredo

A Rogoredo, l’arma è un falso ma il sangue è vero, il vostro “eroe” è un boia nero. È la cronaca gelida di quanto accaduto tra i binari e lo sterrato di Rogoredo, dove lo Stato ha deciso di scrivere l’ultimo capitolo della vita di un uomo usando il piombo. I fatti, depurati dalla propaganda tossica dei “difensori della divisa”, ci restituiscono un quadro di una gravità inaudita: un’esecuzione sommaria seguita da una messinscena goffa, quanto criminale.

Nelle prime ore dopo lo sparo, il riflesso condizionato dei media e della politica securitaria è stato il solito: “legittima difesa”, “aggressore armato”, “agente eroe”. Una narrazione costruita a tavolino per tranquillizzare la borghesia milanese, per dire che il “degrado” era stato finalmente rimosso con la forza necessaria. Ma la realtà ha iniziato a scricchiolare quasi subito. La pistola che la vittima avrebbe dovuto impugnare, quella che avrebbe dovuto giustificare il fuoco dell’agente, si è rivelata un giocattolo. Sì una pistola giocattolo, un pezzo di plastica privo di tappo rosso, ma soprattutto privo della sua efficacia balistica.

Il dettaglio che trasforma la tragedia in farsa nera, però, è tecnico e inconfutabile: l’assenza di impronte. Sul corpo della vittima, su quella maledetta arma finta, non sono state trovate tracce che confermino il possesso o l’uso da parte dell’ucciso. Questo trasforma lo scenario da scontro a esecuzione. Se la vittima non impugnava l’arma, se non ci sono impronte, allora quella pistola è stata “appoggiata” lì. È il vecchio trucco del “drop gun”, la prova seminata per trasformare un omicidio in un atto di servizio. Un metodo da squadrone della morte applicato nelle periferie di questo mondo.

Il quadro diventa ancora più torbido quando si scava nel profilo dell’agente coinvolto: l’agente “Luca”, un nome in codice che nascondeva un sistema di potere parallelo e marcio fino al midollo, era un vero e proprio vero strozzino che gestiva giri di usura, spacciava e controllava le piazze. Un corrotto che usava le mostrine come scudo per i propri traffici. Un profilo che spazzava vite, le minacciava, le picchiava, le derubava. Gli ultimi erano le sue prede preferite.

A Rogoredo è stata assassinata una persona che, seppellita la verità sotto un cumulo di menzogne in divisa, venne usata dai soliti noti per qualche DDL d’urgenza, per spot elettorali o per sfogare la loro brama da influencer su qualche piattaforma social. Hanno cercato di vendere l’immagine di un agente che difende la città, ma la verità era ed è un’altra. La pistola giocattolo è il simbolo di questo inganno: una finzione per coprire il vuoto di chi sa solo sparare manco fosse al O.K. Corral. Il sangue però è reale. Quello sì.

Com’era che dicevate qualche tempo fa? “Sempre dalla parte delle forze dell’ordine”? Perchè non lo dite anche oggi? Ah no. Tutto dimenticato e pronte e pronti per parlare di Pucci e del Festival di Sanremo.

Cose stampate