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Admin Mia Moglie

Non mi ricordo dossieraggi così accaniti da parte della stampa nazionale rispetto a gruppi Facebook come “Mia Moglie” o a chat naziste, sessiste, o addirittura gruppi telematici con liste di nomi da aggredire fisicamente e sessualmente. No. Lì un trafiletto. Poi arrivano i conflitti sociali e la contrapposizione all’esistente, e qui invece ci si scaglia contro un admin di un gruppo Telegram o contro un undicenne in piazza, ricostruendo vita, morte e miracoli delle singolarità, creando – o meglio, confermando – il concetto di “due pesi e due misure”. Niente di nuovo, per carità: siamo ahimè persone abituate da tempo a questo scempio di priorità d’inchiesta. Ma risulta vomitevole quanto il sistema merceologico dell’informazione mainstream punti al prodotto da stampare, lanciando al patibolo famiglie e persino interi quartieri (vedi il Quarticciolo a Roma, per dirne uno a memoria) per qualche click in più, per qualche inserzione in più, per qualche copia in più che poi, finita la sua sensazionalistica funzione, finisce per essere usata per pulire i vetri di casa. Lungi da me spingermi in quella rotazione infinita che porterebbe a dossier contro dossier, generando una lotta eterna fra curve; ma l’attenzione e lo sforzo con cui negli ultimi giorni la stampa di questo paese sta enfatizzando il caso di Youssef Siher, penetrando ben oltre il limite della libertà d’informazione e d’inchiesta, si colloca in una sindrome alla Orwell che sto oggettivamente odiando. Per i misogini, per le chat di gruppo naziste, per le associazioni sovversive di giovanissimi nelle scuole gridando slogan littorici: niente. Solo ragazzate. Al massimo un trafiletto. Forse.