
Il 7 Aprile 2011 dopo giorni di sofferenza muore, in coma, Carlo Saturno, un ragazzo di 23 anni detenuto nel carcere di Bari. Morto impiccandosi nella sua cella, dopo le sevizie, le minacce e le botte subite. La famiglia e i legali sollevarono immediatamente dubbi sulla ricostruzione dei fatti, evidenziando incongruenze fisiche e temporali. L’elemento di maggiore rilievo nel contesto del caso è il ruolo di Saturno come testimone chiave in un’inchiesta riguardante presunti pestaggi avvenuti tra il 2003 e il 2005 nel carcere minorile di Lecce. Saturno, all’epoca dei fatti contestati ancora minorenne, aveva denunciato insieme ad altri detenuti le violenze subite da parte di alcuni agenti della polizia penitenziaria. La sua morte avvenne poco prima di una delle udienze del processo derivato da quelle denunce, alimentando il sospetto di una ritorsione o di una pressione psicologica culminata nel tragico evento. L’inchiesta venne prima affossata, poi riaperta, poi richiusa, poi archiviata e così via. In un pendolo giudiziario che tanto richiama la famosa frase Nessuno è Stato. E nel frattempo, la memoria di Carlo resta viva non solo per lui ma per tutte quelle persone che vivono nelle patrie galere a suon di botte e privazioni che non possono in alcun modo essere giustificate da nessuna pro-teoria. Nessuna. In quegli anni la media dei suicidi in carcere si attestava a 5 al mese e, in questo specifico caso, il fatto si distingue per il sospetto che la morte non sia l’esito di un disagio individuale, ma una conseguenza diretta o indiretta di un sistema di ritorsioni legato alla sua volontà di testimoniare contro apparati dello Stato.
Carlo Saturno, non ti dimentichiamo.
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