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Lince Bologna
Lince Bologna

«Nessun manuale d’uso, nessun protocollo scritto». L’ammissione del Viminale alla Procura di Bologna, che indaga sul ferimento di “Lince” — la ragazza che ha perso un occhio a causa di un lacrimogeno sparato ad altezza uomo il 2 ottobre scorso —, squarcia definitivamente il velo sulla gestione dell’ordine pubblico in Italia.

Non siamo di fronte a una semplice “mancanza di regole”, ma a un’architettura precisa. Se non esiste un protocollo scritto sull’uso dei lacrimogeni, se non c’è un manuale che ne vieti esplicitamente il lancio ad altezza uomo o in spazi chiusi, allora tutto diventa legittimo. Tutto diventa una “valutazione sul campo”. Questo vuoto normativo ha un nome preciso: impunità strutturale.

Quando lo Stato dichiara di non avere regole scritte per l’uso della forza chimica e coercitiva sulle piazze, sta dicendo che la catena di comando non è responsabile. Che la discrezionalità dell’agente è assoluta. Che il diritto costituzionale a manifestare e a dissentire porta con sé il rischio calcolato di essere accecati o mutilati, senza che nessuno debba risponderne. La vicenda di Bologna non è un caso isolato o un “errore”. È il riflesso di una gestione del dissenso compromessa a mera repressione militare, priva di trasparenza e di punibilità certa.

Solidarietà a Lince, dalla stessa parte mi troverai sempre.

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