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Yankee Go Home
Yankee Go Home

L’Italia come una portaerei ormeggiata nel Mediterraneo, con le chiavi in mano al Pentagono. La decisione del governo di spalancare i cancelli di ogni base militare sul suolo nazionale per le operazioni belliche in Medio Oriente è la firma di un contratto di servitù coloniale. Da Aviano a Sigonella, da Camp Darby a Ghedi, il territorio italiano si trasforma in un immenso retrobottega logistico per la macchina da guerra statunitense. Ogni cacciabombardiere che decolla dalle nostre piste, ogni carico di munizioni che transita dai nostri porti, porta con sé la complicità silenziosa di un intero Paese nelle stragi che incendiano le terre mediorientali.

Mentre la propaganda di Stato ci parla di “sicurezza”, i fatti ci dicono che siamo diventati uno dei tanti ingranaggi di una guerra infinita per il controllo delle risorse e dei confini. Non siamo spettatori, siamo complici attivi.

Questa sottomissione espone il territorio a rischi incalcolabili, rendendo la penisola un bersaglio in un conflitto che non abbiamo scelto. Il governo agisce come l’attendente muto dello scacchiere americano, incapace di una visione autonoma, ridotto a fornire infrastrutture per il massacro. La retorica del “grande alleato” nasconde la verità di un rapporto di forza dove l’Italia è solo un punto sulla mappa dei comandi di Trump. Le basi sono cicatrici di una guerra fredda mai terminata che oggi si riapre sulla pelle dei popoli.

Chiedere che gli Yankee tornino a casa non è un’istanza ideologica del secolo scorso, è l’unico atto di autodifesa rimasto per chi rifiuta di vedere la propria terra trasformata in un trampolino di lancio per il neocolonialismo bellico. Finché i cieli italiani saranno solcati da droni e caccia stranieri diretti a bombardare popolazioni civili, la nostra libertà saprà di plastica. La pace non si costruisce con la complicità logistica o con qualche proclama da intelligenza artificiale in parlamento, ma con la rottura netta di questo vincolo di schiavitù militare. Yankee go home!

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