Le violenze nel carcere di Santa Maria Capua Vetere e l’inchiesta giudiziaria (2020-2021)
La richiesta di rinvio a giudizio datata 14 Novembre 2021, avanzata dalla Procura di Santa Maria Capua Vetere, documenta il compimento dell’atto d’accusa formale contro 108 tra agenti di Polizia Penitenziaria, funzionari e dirigenti dell’amministrazione penitenziaria. I fatti contestati risalgono al 6 aprile 2020, quando all’interno del reparto “Nilo” della struttura carceraria campana venne messa in atto un’imponente operazione di perquisizione straordinaria — definita dagli stessi inquirenti e dalle successive sentenze una veri e propria “punizione corporale collettiva” e “mattanza” — organizzata per ritorsione a seguito delle proteste pacifiche dei detenuti scoppiate il giorno precedente, nate dalla notizia di un caso positivo al COVID-19 all’interno dell’istituto.
I quadri d’imputazione formulati dalla magistratura inquirente hanno formalizzato reati di estrema gravità, contestati a vario titolo: tortura (art. 613-bis c.p.), lesioni personali aggravate, abuso di autorità contro detenuti, falso ideologico in atto pubblico (per la successiva alterazione delle relazioni di servizio e dei registri) e cooperazione in omicidio colposo in relazione alla morte del detenuto algerino Lamine Hakimi, deceduto pochi giorni dopo i pestaggi in seguito all’isolamento e alla mancata assistenza medica. Il documento certifica che le immagini registrate dai sistemi di videosorveglianza interni, acquisite agli atti e diffuse a livello internazionale, hanno fornito una prova documentale schiacciante delle sistematiche percosse, delle umiliazioni e dei trattamenti degradedanti inflitti ai reclusi, segnando un punto di svolta costituzionale e giudiziario nell’applicazione del reato di tortura nell’ordinamento italiano.
Fonti dell’atto giudiziario e d’inchiesta: Atti dell’Inchiesta della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Santa Maria Capua Vetere (Fascicolo processuale n. 2500/2020 R.G.N.R.); Ordinanze di custodia cautelare e decreti di fissazione dell’udienza preliminare (GIP/GUP Tribunale di SMCV); Relazione annuale del Garante Nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale.
Fonti documentali e d’archivio: Atti del Processo “Santa Maria Capua Vetere” (Corte d’Assise di Santa Maria Capua Vetere); Rapporto sulle carceri in Italia (Associazione Antigone); Archivio documentario e audiovisivo del quotidiano Domani (acquisizione e pubblicazione dei filmati di videosorveglianza del Reparto Nilo).
L’Alluvione del Polesine e il disastro idrogeologico del Po (1951)
Il 14 novembre 1951 documenta il compimento dell’atto della disastrosa Alluvione del Polesine, una delle più gravi catastrofi idrogeologiche nell’Italia contemporanea, che devastò gran parte della provincia di Rovigo e territori limitrofi della provincia di Venezia. Le fonti d’archivio e le perizie idrauliche dell’epoca certificano che il collasso degli argini si verificò in successione a partire dalle ore 19:45 a Vallone di Paviole (Canaro) e, a breve distanza di tempo, nelle località di Bosco e Malcantone (Occhiobello). L’apertura dei tre varchi immise nel territorio pianeggiante una portata stimata tra i 6.000 e i 7.000 m³/s — circa i due terzi dell’intera portata del Po (stimata in circa 12.800 m³/s) —, generando un repentino “effetto svuotamento” nei livelli idrometrici del fiume ma sommergendo campagne e centri abitati.
L’atto della tragedia causò oltre 100 vittime e determinò più di 180.000 sfollati, innescando un imponente fenomeno di spopolamento e diaspora contadina che portò oltre 80.000 persone ad abbandonare definitivamente la regione nei dieci anni successivi. Il documento certifica che alla gravità delle precipitazioni eccezionali si sommarono l’inadeguatezza, le esitazioni e i conflitti di competenze tra le istituzioni preposte — tra cui il Genio Civile di Rovigo, il Magistrato alle Acque e il Prefetto —, le cui indecisioni ritardarono di oltre dieci giorni il taglio degli argini di mare necessari a far defluire le acque della sacca. Il fatto certifica tecnicamente un passaggio drammatico nella storia sociale, demografica e della gestione idraulica del bacino del Po, la cui unica nota di riscatto risiedette nell’imponente mobilitazione della solidarietà popolare nazionale ed internazionale.
Fonti dell’atto idraulico e di pubblica sicurezza: Relazioni d’Ufficio del Magistrato alle Acque di Venezia (Archivio di Stato di Venezia, Fondo Alluvione del Polesine 1951); Atti e Verbali della Prefettura di Rovigo (Archivio di Stato di Rovigo); Bollettini idrometrici e Annali Idrologici del Servizio Idrografico del Po.
Fonti storiografiche e d’archivio: Cronaca di un disastro annunciato: Il Polesine nel 1951 di Gianpaolo Romanato (Minerva); La rotto del Po e la tragedia del Polesine (Archivio Storico Istituto LUCE); Documentazione del Museo Grandi Fiumi di Rovigo.